Il referendum costituzionale sulla Giustizia: eterogenesi dei fini o semplicemente opera incompresa?

Il primo referendum in Italia è nato il 2 giugno 1946, contestualmente all’elezione dell’Assemblea Costituente. In tale data, gli italiani (e per la prima volta le italiane) furono chiamati alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica, segnando la nascita della Repubblica Italiana.
L’ultimo referendum, probabilmente, è stato quello dello scorso fine settimana che tra fibrillazioni e sincopi varie, ha decretato un solo risultato certo: la stagnazione delle idee.
Pur rispettando la scelta di chi ha inteso salvaguardare l’intangibilità della carta costituzionale, resta sul tavolo una questione aperta.
Occorreva, ma non secondo lo strumentario approntato dal Governo, mettere mano alla parità tra accusa e difesa ed alla terzietà del Giudice.
Ma non etichettando sic et simpliciter i PM come “amici dell’arbitro”.
La serietà con la quale sia noi avvocati che loro (PM) svolgiamo il nostro lavoro è la regola, le eccezioni non la scalfiscono.
Ma vanno prevenute e scoraggiate.
Quel che a mio modesto avviso andava fatto è strutturare due diversi concorsi, anzi tre perchè l’Avvocatura è parte come lo è il PM, per cui nel pianeta Giustizia, se vogliamo discutere di parità, ci deve rientrare anche la figura del difensore.
Prevedere, ma questa forse è utopia, un organo garante per Avvocati e PM che garantisca il cittadino, prima ancora che il rispetto delle regole.
Un organo che gestisca i meccanismi di ingresso (concorsi) e formazione dei soggetti processuali e che, a composizione mista, intervenga in sede disciplinare, senza sorteggi “strani”.
Il tutto sotto l’egida della Presidenza della Repubblica.
Una Giustizia da intendersi, quindi, come “Servizio” e non come terreno di scontro (non sempre dialettico) tra interessi contrapposti.
Ed in questo Servizio ci rientrano tutti, PM, Avvocati e Giudici.
Perchè se un PM va a braccetto col Giudice, non è sempre detto che l’Avvocato stia a guardare…
Ad maiora.